Bluebeat a strisce verdi, nere e gialle

Con un giorno di ritardo rispetto al solito lunedì, ecco il terzo articolo della rassegna “Music in Context”. Questa volta si parla di un genere musicale, lo ska (o bluebeat), e del contesto storico-sociale nel quale si è sviluppato.

Io ho apprezzato la scelta di un genere felice, evidentemente ‘ripescato’ dagli ascolti avvenuti negli anni dell’adolescenza, quindi…vi auguro un’altrettanto felice lettura!

Lucia Corona Piu

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Bluebeat a strisce verdi, nere e gialle
di Giovanni Franceschini

Per comprendere la nascita dello ska, è necessario capire il contesto sociale e culturale in cui è nato e si è sviluppato. Questo genere affonda le sue radici nel cuore della cultura giamaicana e nasce dai sound system, vere e proprie discoteche ambulanti che consentivano alla gente più povera di fruire della musica da ballo. Negli anni ’50 queste ‘discoteche’, essendo in grado di produrre grandi somme di denaro grazie alla vendita di birra, di carne di capra al curry e di riso, divennero la principale industria locale di Kingston, la capitale giamaicana. Per farsi pubblicità, i proprietari dei sound system più prestigiosi iniziarono a ricercare musicisti statunitensi che venivano ingaggiati per suonare e incidere versioni giamaicane del R’&‘B americano.

Questo tipo di musica era bandito e pertanto riprodotto attraverso i sound system in maniera clandestina fino al 5 agosto del 1962, anno in cui la Giamaica ottenne l’indipendenza dal Regno Unito. A partire da questa data, i giamaicani furono finalmente liberi di ascoltare lo ska dovunque volessero, senza alcun limite o proibizione, con la conseguenza di una larghissima diffusione.

Il motivo di questa diffusione derivò dalla capacità di rappresentare l’umore positivo dei giamaicani in seguito al raggiungimento dell’indipendenza: essendo una musica movimentata, carica di positività, veloce ed energetica, riuscì ad incarnare perfettamente lo spirito festaiolo e la speranza di una vita migliore, diventando il simbolo musicale e culturale dell’indipendenza della Giamaica.

Con il passare del tempo le persone iniziarono ad ascoltare lo ska anche su disco e ciò comportò una mutazione dei sound system, che, in alcuni casi, divennero delle vere e proprie etichette discografiche. Il primo ad intuire che si potevano far soldi anche senza i sound system fu Coxsone Dodd, il quale decise di investire i propri guadagni nella costruzione di quello che divenne il primo vero studio giamaicano di proprietà di un nero: lo Studio One.

Oltre a questa realtà è da menzionare l’Alpha Boys School, una scuola nata con l’obiettivo di istruire e inserire nel mondo del lavoro ragazzi disagiati, che contribuì alla formazione musicale di molti ragazzi appartenenti ai ceti sociali meno abbienti di Kingston. In questo istituto crebbero diversi musicisti di spicco della scena musicale giamaicana, tra cui gli Skatalites, una delle prime grandi band ska formatasi appena due anni dopo l’indipendenza e grazie alla quale il genere visse il periodo di maggior diffusione e apprezzamento.

Lo spopolare dello ska fu anche una conseguenza diretta dell’emigrazione dei giamaicani nei paesi anglosassoni. Diversi musicisti originari di Kingston iniziarono infatti a spostarsi in Inghilterra, creando nel tempo una numerosa comunità. La prima label inglese che si interessò a questo genere fu la Blue Beat, una delle principali etichette di musica giamaicana dell’epoca. Fu questa realtà che decise di produrre e divulgare la musica di Prince Buster, uno dei principali musicisti della scena, che nel 1961 delineò assieme agli Skatalites i tratti stilistici di questo genere musicale e contribuì alla sua esportazione entrando nelle classifiche inglesi.

Lo ska si diffuse inizialmente negli ambienti underground, ma nella prima metà degli anni ’60 divenne un vero e proprio genere di massa. Ciò avvenne principalmente grazie a Chris Blackwell, un produttore che con le sue idee visionarie contribuì alla massificazione del genere. Blackwell nel 1964 intuì l’enorme potenziale che poteva avere il brano My Boy Lollipop su una base ska. La canzone venne arrangiata da Ernest Ranglin e, a pochi mesi dalla sua pubblicazione, ebbe un successo enorme, vendendo 6 milioni di copie in tutto il mondo. Grazie a questo pezzo, questo genere iniziò a diventare internazionale, abbracciando più paesi e ceti sociali diversi.

Con la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, questo genere venne influenzato dal punk-rock, mutando alcuni tratti stilistici e strutturali. Il basso e la chitarra iniziarono a rivestire un ruolo più importante rispetto ai fiati, che quindi, a differenza delle prime formazioni, cominciarono a perdere rilevanza. Alla fine degli anni ’70 nacque la 2 Tone Records, un’etichetta fondata da Jerry Dammers che racchiuse tutti i migliori gruppi di questa seconda ondata di musica ska, inclusi The Specials, i Madness, The Selecter e The Beat.

Negli anni ’80 il genere si evolse ulteriormente acquisendo alcuni connotati stilistici appartenenti alla musica hardcore punk. Questa mutazione avvenne principalmente negli USA, dove diverse band come Rancid, No Doubt e Less Than Jake iniziarono ad emergere.

Paesi anglosassoni a parte, lo ska fece la sua comparsa anche in Italia verso la fine degli anni ’60, ma iniziò ad essere conosciuto in tutto lo stivale tra la fine degli anni’80 e l’inizio dei ’90 grazie a gruppi quali Lo Statuto, i Persiana Jones, i Vallanzaska, i Matrioska, i Fratelli di Soledad e Giuliano Palma & The Bluebeaters. Nonostante non sia mai stato un genere di spicco nel nostro paese, questa musica ha sempre riscosso un discreto successo, accumulando un numero sempre maggiore di adepti.

Lo Ska, inserito in un contesto più generale, ha gettato le basi del rocksteady e della musica reggae, rivestendo un ruolo fondamentale nella catena evolutiva della musica giamaicana. Credo che qualsiasi persona debba comprendere l’importanza di questa musica molto spesso sottovalutata e sconosciuta. Lo ska è il padre della musica reggae ed è il fondamento di una cultura ricca di sfumature che ha influenzato in maniera considerevole parte della musica occidentale.

Da sempre sono attratto dagli effetti che produce questo genere musicale. Il ballo frenetico e a tratti privo di razionalità che induce questa musica rappresenta a pieno la voglia di spensieratezza e di libertà che provava il popolo giamaicano durante il dominio britannico.

Dietro l’apparente “leggerezza” che trasmette una brano ska, si cela però un significato molto più profondo, che va oltre al semplice divertimento. Sembra essere una voce che inneggia a valori positivi e carichi di speranze, colorite e reali allo stesso tempo. Il messaggio che traspare è molto nitido: “voglio la libertà, la voglio per me stesso e per tutti quelli che mi stanno attorno e, soprattutto, la voglio ottenere divertendomi. Con il sorriso stampato in faccia”.

Nonostante non ascolti più da tempo lo ska, è un genere che mi ha sempre fatto pensare alla musica come allo specchio dell’animo umano.