Sto andando a Graceland

Dopo un paio di settimane di assenza, torna la rubrica Music in Context, nella quale vi presento gli articoli scritti dagli studenti dell’Higher National Diploma nell’ambito di questa materia affascinante: una continua esplorazione del ruolo della musica nella società, dei fattori che ne determinano forma e sviluppo, che la influenzano in vari modi.

Questa settimana torna Riccardo, che passa dalla tecnologia del primo articolo all’analisi della tradizione etnica e dei problemi sociali che circondano un disco bellissimo e ormai classico: Graceland di Paul Simon. Leggetelo: se avete la mia età, rivivrete l’epopea della musica fatta per le grandi cause e la passione per battaglie fondamentali, come quella contro l’apartheid, che ha unito tanti di noi. Un’epoca in cui quel disco era sempre la colonna sonora delle attese ai concerti…vero?!

E magari, come è successo a me, se non ce l’avete vi verrà voglia di acquistare quel CD che avete sempre desiderato avere, ma finora non compariva sui vostri scaffali.

Lucia Corona Piu

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Sto andando a Graceland
di Riccardo Barbierato – @barbier91

Questa storia è strettamente collegata con l’apartheid, la politica di segregazione razziale messa in atto principalmente in Sud Africa dal 1948 al 1993. Durante quel periodo ai neri sudafricani venivano negati i diritti fondamentali ed era impedito loro di frequentare i quartieri della ‘gente bianca’, era reso difficile il fatto di poter avere un’istruzione e vigevano molte altre  leggi che favorivano la discriminazione razziale e l’isolamento della popolazione di colore dalla società. Non bastò il fatto che nel 1976 entrasse in vigore una legge delle Nazioni Unite che dichiarava l’apartheid un crimine contro l’umanità, e non bastarono nemmeno i sabotaggi di alcune forze politiche o il boicottaggio delle olimpiadi del 1976, alle quali fu impedito alla nazione di partecipare, a porre fine a questa politica. Soltanto nel 1993, con l’elezione a presidente di Nelson Mandela dopo la sua scarcerazione, l’apartheid è stato ufficialmente rimosso.

Negli anni Ottanta la ‘questione africana’ era molto sentita dall’opinione pubblica e moltissimi artisti fecero battaglie a favore della popolazione africana. L’evento più famoso è stato sicuramente il Live Aid (a cui il CSM College ha dedicato il concerto di fine anno, il CSM On Stage 2012). Questo evento, organizzato allo scopo di trovare i  fondi per la carestia in Etiopia, denota un forte sentimento popolare verso l’Africa.

Graceland, invece, è un album di Paul Simon uscito nel 1986 e nasce dalla volontà del cantautore di creare qualcosa  di nuovo, oltre che di sfuggire ad un periodo della sua vita difficile, caratterizzato da “una serie di decisioni sbagliate”. Simon era infatti appena uscito da un matrimonio andato male, la sua carriera stava subendo un calo e, dopo una reunion con Garfunkel non di grande successo, sentiva di dover dare una svolta alla propria vita. Grazie ad una musicassetta dei Boyobo Boys, un gruppo sudafricano, Paul Simon comincia a pensare ad una collaborazione con loro e, dopo aver convinto gli increduli manager della Warner Brothers a rintracciarli, si reca a Johannesburg per collaborare ad un nuovo progetto. L’allegria, il suono, il coinvolgimento che i Boyobo Boys trasmettono, portano Simon a voler suonare con loro. Non c’era nessuna volontà politica dentro questo progetto, anche se ha, indirettamente, contribuito ad accorciare le distanze tra la popolazione occidentale e quella sudafricana. L’obiettivo di Simon non era quello di raccontare ed esprimere la rabbia dei neri verso gli esponenti dell’apartheid, ma quello di comunicare la gioia delle loro musiche. Il disco che nasce non è un disco di protesta, dunque, ma un inno alla bellezza della musica sudafricana che si incontra con le sonorità degli anni ’80 che tutti noi conosciamo.

Durante gli incontri in Sudafrica, Simon è stato attaccato su tutti i fronti. Da un lato il governo Sudafricano che non vedeva bene che un artista bianco si ‘mescolasse’ con i neri, dall’altro gli esponenti anti-apartheid che lo consideravano un approfittatore  interessato solamente al denaro, che sfruttava i musicisti neri per il proprio tornaconto. Furono organizzati picchetti davanti ai concerti del tour e qualcuno disse che avrebbe dovuto chiedere il permesso all’ANC (il partito di Nelson Mandela, allora detenuto) prima di  collaborare con musicisti sudafricani di colore.

In realtà Graceland è stato un disco molto importante, che ha sensibilizzato molte persone sul tema dell’apartheid. Suonando il bello, evitando di cadere in polemiche politiche con brani che trattassero la rabbia dei neri sudafricani, ha fatto emergere l’altro lato della cultura dei neri africani, quella più sconosciuta, quella che i media non trattavano quasi mai. Graceland ha anche permesso ai sudafricani di credere nella propria musica. Infatti, i neri cominciavano ad interessarsi alla musica occidentale, forse perché si sentivano meno discriminati a suonare quella piuttosto che la loro musica tradizionale, che riportava loro in memoria il proprio stato di oppressione.

Sicuramente Graceland non ha risolto il problema dell’Apartheid, ma grazie al suo  grande impatto e vista la sua particolarità, insieme al successo commerciale (oltre 14milioni di copie vendute, risultato incredibile soprattutto per la Warner Bros, che era convinta che sarebbe stato un flop totale), ha dipinto l’altra faccia del Sudafrica, quella del ballo e del canto piuttosto che quella dello scontro e della rabbia, portando le persone a riflettere se fosse davvero giusto opprimere una popolazione che ha così tante belle cose da dare al mondo.