Le due facce della medaglia nel grunge

Torna dopo la pausa natalizia la rassegna di articoli scritti dai nostri studenti, “Music in Context”.

Oggi vi propongo l’analisi di uno dei generi che hanno indubbiamente caratterizzato gli anni ’90: il grunge. Un genere tormentato, nato in un luogo dove non c’è mai il sole e caratterizzato dai destini autodistruttivi dei suoi protagonisti.

Bentornati 🙂
Lucia Corona Piu

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Le due facce della medaglia nel grunge
di Andrea Giorio

Sono sempre rimasto affascinato da tutti i fenomeni “decadenti”, fin da quando ero piccolino. Probabilmente non c’è un filo logico per spiegarlo, ma credo tuttora che dentro ciò che possiamo definire decadente, nichilista, ribelle, pessimista ci sia una sorta di sensibilità accentuata, la quale viene spesso oscurata da altri fattori quali l’apatia, l’indifferenza, l’autolesionismo.

Sotto un profilo musicale il genere grunge si inserisce perfettamente all’interno di questa cornice. Il primo punto di contatto che ho avuto con il “Seattle Sound”, nato nella seconda metà degli anni ’80, è stato, come per molti altri, Nevermind (1991), il secondo album dei Nirvana, che sono stati i principali esponenti del genere.

Ognuno di noi avrà una manciata di album che ci hanno cambiato la vita; ecco, per me Nevermind è uno di quelli. Da quel giorno ho capito che nella vita c’era qualcosa di sinistro. Non era solamente bella, generosa e pulita come si può pensare. Mi chiedevo il perché di quelle chitarre così distorte e di quella voce che assomigliava più ad un lamento che ad una linea melodica vocale. C’erano una sofferenza e una disperazione tali, in quelle canzoni, che non era possibile ignorarle e queste sensazioni trasparivano dalle canzoni di tutti i gruppi nati a Seattle in quel periodo (Pearl Jam, Alice In Chains, Soundgarden, Mudhoney per citare i più famosi).

Spinto dalla curiosità, ho cercato di capire quale potesse essere l’origine di tutto questo disagio e ho scoperto che tutto era legato ad un rifiuto verso i valori tradizionalmente conosciuti. Perché? Innanzitutto perché la ‘madre’ del grunge è il punk e questo spiega già molte cose, dall’abbigliamento fatto di jeans strappati al senso di ribellione di natura genetica. Il ‘padre’, invece, ammesso che ve ne sia uno soltanto (e questo spiegherebbe altri disagi), potrebbe essere il movimento dark per l’apatia e l’autodistruzione o l’heavy-metal per lo sdegno verso tutto e tutti. Ma come è possibile che una tale visione della vita possa essere entrata nelle case di milioni di adolescenti – i principali fruitori del ‘Seattle sound’ – che non vivono in città dove piove sempre e la cui maggior parte non ha mai sentito la vita come Kurt Cobain, uno che ha scritto versi tipo “I’m worse at what I do best” (da Smells like teen spirit)?

Il trucco sta nel modo in cui il grunge è stato confezionato per il pubblico. La struttura delle canzoni è in linea con il pop (es. verse-chorus-verse-chorus-solo/bridge-chorus). Durata perfetta per le radio, tre o quattro minuti. Ha aiutato molto anche il fatto che sia stato considerato un movimento sociale come il punk, quando in realtà si può dire semplicemente che nel grunge ne sono stati normalizzati e talvolta estremizzati i tratti . Ed infine non si può negare che questa musica nata nel nord-ovest degli Stati Uniti sia stata il miglior contenitore di cliché del rock, uno su tutti la ‘rituale’ distruzione degli strumenti sul palco.

Come in ogni forma d’arte, però, ciò che più conta è il messaggio che si intende trasmettere e in questo il grunge, che piacciano o meno i suoi valori, è riuscito alla perfezione. Sincero, senza compromesso e senza possibilità di uscita. Grazie a personalità tormentate come Kurt Cobain, Eddie Vedder e Layne Staley, questo genere musicale ha dato voce ad un rifiuto, ad una ribellione passiva (al contrario di quella attiva del punk) ai problemi della vita che tuttora ‘attira’ milioni di giovani, soprattutto adolescenti. Il problema è che non ne ha mai fornito delle ipotetiche soluzioni. A tesi di questa affermazione ci sono le morti per overdose di Cobain e Staley e di tanti altri esponenti di quella musica tanto diretta e bisognosa di aiuto quanto fragile e sensibile, proprio come i suoi autori.