MPC: Evoluzione del BeatMaking da Studio a Live

Torniamo a parlare di tecnologia in campo musicale: Igor Dall’Avanzi studia e racconta le groovebox per poi giungere all’esaltazione del concetto di innovazione.

Al di là di qualunque dibattito, sempre aperto quando si tratta di cambiamenti, è bello pensare che l’evoluzione tecnologica porti a nuovi modi di fare e interpretare la musica.

Lo propongo volentieri, dunque, questo articolo che parla di uno dei miei argomenti preferiti: il futuro!

Lucia Corona Piu

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MPC: Evoluzione del BeatMaking da Studio a Live
di Igor Dall’Avanzi – @igordallavanzi

In questo articolo vi racconterò la storia di uno strumento che, dagli anni ’90 fino ad oggi, si è evoluto assumendo diversi ruoli nell’industria musicale. Parliamo delle groovebox a 16 pad, più comunemente conosciute come MPC, dal nome della prima di queste macchine, l’Akai MPC60, appunto.

Per chi non avesse ancora capito di cosa si stia parlando, l’oggetto in questione sono le seguenti scatoline, che da un po’ di tempo a questa parte hanno rapito l’interesse di chi vi scrive.

native instruments Maschine

akai mpc60

 

L’Akai MPC60 (a sinistra) fu la prima di queste groovebox a venire costruita nel 1988. Per capirne al meglio il successo, però, è necessario analizzare il contesto in cui si poneva: quello delle prime drum machine. Le drum machine erano (e sono tutt’oggi) strumenti musicali progettati per eseguire una determinata sequenza ritmica, imitando i suoni di tamburi e strumenti a percussione. Come si può vedere nell’immagine sottostante, una luce scorre lungo la fila di pulsanti seguendo un tempo impostato. Premendo il pulsante, il suono selezionato verrà eseguito al passaggio della luce sopra a quel pulsante. Ovviamente queste macchine permettono di impostare diversi suoni contemporaneamente e diventarono presto molto utilizzate dai produttori di musica elettronica. Grazie alla loro diffusione, il timbro di determinati modelli diventò un punto di riferimento in certi generi musicali: molti brani hip-hop e trap utilizzano per esempio suoni della Roland TR-808, mentre la Roland TR-909 ha conosciuto una grande fama nella musica disco e trance.

roland tr808

La novità principale dell’MPC 60, quindi, era il fatto di poter assegnare ai pad i singoli suoni, e poi di poterli eseguire con le proprie mani come se si stesse suonando un vero e proprio  strumento, ma non è tutto. Un altro motivo di successo dell’MPC60 fu quello di poter utilizzare suoni campionati, ovvero registrati, e non solo generati da un sintetizzatore, come succedeva nelle drum machines dell’epoca. Ciò permise a molti produttori di registrare i propri suoni ed inserirli sulla macchina, o prendere quelli di altri pezzi utilizzarli e modificarli, mescolandoli e creando nuovi beat. Quest’ultimo utilizzo diede alla macchina una grande spinta nella scena hip-hop, dove rappare su basi già note o modificarle era tipico del genere (basti pensare alla versione di Walk This Way  dei Run DMC, a Ice Ice Baby di Vanilla Ice, o ancora al giro di basso in Rapper’s Delight dei The SugarHill Gang). Aggiungiamo il supporto ad una delle più significative tecnologie musicali nascenti in quel tempo (il MIDI) e il fatto di avere un sequencer al suo interno (ovvero un programma che faceva la stessa cosa delle drum machine già esistenti, quindi eseguire un pattern) e il successo appare chiaro.

Nonostante l’Akai abbia poi prodotto aggiornamenti della macchina, l’MPC 60 resta uno degli standard storici e più ricercati: venne utilizzato da produttori del calibro di Dr. Dre o DJ Shadow, per la sua pasta sonora e per la sua funzione “Swing”, che faceva suonare i campioni leggermente fuori tempo, rendendoli però più naturali e meno “freddi”; si potrebbe dire più “umani”.

Uno dei capisaldi della produzione con MPC 60 è il brano Building steam with a Grain of Salt di Dj Shadow. Prince invece utilizzò il “nonno” dell’MPC ’60, ovvero il Linn LM-1 (una groovebox creata da Roger Linn, creatore dell’MPC60) in tutto il suo album Purple Rain.

Con gli anni la tecnologia si è ovviamente evoluta, aggiungendo il supporto e adattandosi alle più moderne DAW (i software per l’editing musicale su computer) e altre funzioni, come l’utilizzo su iPad. Altri produttori di strumenti hanno poi lanciato le proprie versioni negli anni, tra i più famosi va menzionata Native Instruments, con il suo Maschine.

Grazie a questa evoluzione questi strumenti si sono spostati dall’utilizzo in studio a quello della performance live, dando vita ad un nuovo tipo di spettacolo e di performers, facendo diventare queste macchine degli strumenti a tutti gli effetti.

Rimanendo in ambito hip-hop, uno dei produttori più celebri è AraabMuzik, che nelle sue performance utilizza gli MPC per suonare i propri beat dal vivo, in club e festival dove i brani usualmente vengono riprodotti dai vari produttori/DJs in maniera più classica con Console e Vinili. Un altro dei maestri della performance live con questi strumenti è Jeremy Ellis, che nei suoi show suona brani funk, old school e breakbeat dal vivo, utilizzando prevalentemente il Maschine di Native Instruments.

Due MPC500 sono stati utilizzati anche da Jamie XX, della band britannica XX in alcuni live, mentre agli MTV Music Awards del 2010 Kanye West ha iniziato la sua performance di Runaway suonando l’intro di Piano su un MPC, cosa che poi ha ripetuto nei suoi live. In Canada, infine, questi strumenti sono al centro delle performance delle Battle of The Nerds, un contest, giunto alla terza edizione, dove diversi beatmakers si sfidano live in diversi Club sparsi per la nazione.

Possiamo osservare quindi come, con gli anni, uno strumento concepito per lo studio si sia diffuso anche nel live, creando un nuovo tipo di performance, in cui vengono utilizzati loop e sequenze (cosa tipica del mondo DJ) mentre strumenti virtuali vengono suonati nel vero senso della parola.

Personalmente e come spettatore, trovo questo tipo di esibizioni molto più interessanti del semplice mixing da DJ su console, soprattutto negli ultimi tempi. Riconosco, infatti, l’abilità di certi DJ e, contrariamente a quanto pensato da diversi musicisti, non penso che mixare brani sia semplicemente “premere il tasto play”.

Purtroppo, però, ho assistito negli ultimi anni ad un appiattimento dell’arte dei disc jockey e mi spiego: soprattutto in situazioni commerciali o con un ampio pubblico troviamo DJ, anche di fama internazionale, che non fanno altro che curare i passaggi da un brano all’altro e, per quanto bravi, il tutto si ferma lì. Ma, mentre la cosa rimane molto complicata per i pochi che ancora utilizzano i vinili, la maggior parte utilizza console e sistemi digitali che potrebbero avere milioni di altre possibilità, ma vengono utilizzati solamente per fare ciò che già si faceva anni addietro, ma in maniera più facile.

Quando assisto ad una performance di Jeremy Ellis o di AraabMuzik, invece, mi sembra di essere proiettato nel futuro e mi stupisco per la bravura di queste persone sia come produttori che come performers. Negli ultimi anni, fortunatamente, questo fenomeno si sta allargando e non è limitato solo alle groovebox di cui ho parlato in questo articolo, ma sono nati e stanno nascendo molti altri strumenti costruiti per portare le performance live di musica elettronica su un nuovo livello.

Nei nostri giorni, in cui  DJ produttori di fama internazionale sono tra le persone più pagate al mondo e attirano folle di persone ai loro concerti, spero veramente che questo concetto di suonare musica elettronica in maniera innovativa si diffonda e non rimanga una cosa underground o da nerd, poichè innovazione e avanguardia sono un investimento e un guadagno per tutti, nella musica così come in ogni altro settore.