Quando la notazione grafica incontra la sperimentazione musicale

Un argomento originale, nell’ambito degli interessi dei nostri studenti, e trattato in modo del tutto personale.

In questo articolo scritto l’anno scorso Giovanni Franceschini (ora parte integrante del nostro staff docente) esplora il concetto di libertà esecutiva sulla base della notazione sperimentale: con esempi che offrono ottimi spunti di ascolto, fornisce la sua personale opinione sul metodo e sulle sue conseguenze.

Una lettura davvero interessante, che mi auguro possa offrire spunti di riflessione e di discussione.

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Quando la notazione grafica incontra la sperimentazione musicale
di Giovanni Franceschini

Nel XX secolo la notazione grafica musicale ha subìto considerevoli trasformazioni a causa delle varie mutazioni stilistiche sorte nel corso degli anni. Le innovazioni in campo musicale hanno comportato la necessità di sperimentare forme di notazione diverse con lʼintento di ideare una nuova simbologia modellandola e allineandola alle avanguardie sonore.

Dimenticando un momento la classica notazione musicale fatta di segni convenzionali, vorrei parlare in queste righe di un modo inusuale di leggere la musica, che si basa sullʼinterpretazione dei simboli presenti in uno spartito.

Come molti musicisti sanno, suonare la musica scritta nero su bianco prevede lʼesecuzione di crescendi, diminuendi, battute ritornellate, indicazioni di tempo e dʼesecuzione delle note opportunamente indicati. Se per un istante provassimo a dimenticare il significato reale della notazione conosciuta ai più e ci sforzassimo di attribuire ai segni un significato personale, che cosa accadrebbe?

Prima di provare a rispondere vorrei fare un passo indietro, ponendo un quesito molto più generico, ma che è indispensabile per capire la natura della domanda: a che cosa serve la notazione musicale?
Il termine nasce con lʼintenzione di raggruppare una serie di segni che, collocati allʼinterno di un qualsiasi brano, conferiscono dinamicità a ciò che si sta eseguendo. Senza questi elementi il tutto risulterebbe ‘piatto’, noioso e privo di espressività. Per comprendere meglio il concetto può essere utile riportare un esempio semplice ma funzionale allo stesso tempo.

Pensate come sarebbe parlare con una persona che non appone cambi di intonazione al proprio discorso; il tutto risulterebbe innaturale, meccanico ed estremamente soporifero. Per la musica vale lo stesso identico discorso. Un qualsiasi musicista quando suona un brano inserisce tra le note che sta eseguendo cambi di dinamica (per intenderci suona alcune note con più intensità di altre o viceversa), esegue degli accenti, delle note puntate, dei glissati e via dicendo. Questi elementi vengono stabiliti da chi compone la canzone con lo scopo di ‘colorare’ e rendere il pezzo più musicale e digeribile.

Chiarito il significato di notazione, credo sia facile a questo punto capire quanto sia importante inserire questi segni allʼinterno di una partitura. Sono, senza azzardare, indispensabili.
Considerando la notazione convenzionale, il meccanismo che si crea tra il musicista e il compositore è molto semplice: “Io compongo e tu, esecutore, suoni quello che ho composto attenendoti fedelmente a quello che cʼè scritto sullo spartito”.

Posto che non ho assolutamente nulla in contrario nei confronti di questo modus operandi, penso possa essere più stimolante per chi suona avere la libertà di mettere del proprio in quello che sta eseguendo. Potremmo provare a spingerci anche oltre, e qui ritorno allʼinterrogativo riportato sopra e al punto della questione, prendendo in considerazione lʼidea di dare piena libertà dʼespressione al musicista-esecutore, permettendogli di dare una propria interpretazione al brano.

Questo modo di interpretare i segni scritti su spartito è stato già sperimentato da vari compositori nel corso della storia (John Cage, Luciano Berio e Cornelius Cardew per citarne alcuni) e ha prodotto risultati interessanti. Il Concerto per Pianoforte e Orchestra di J. Cage racchiude questo stile esecutivo dedito alla rottura degli schemi e alla totale sperimentazione. In questa composizione i simboli scritti sullo spartito possono essere interpretati in modo libero dal musicista che, consapevolmente o meno, crea allʼistante un mosaico unico e imperfetto di suoni e rumori.

La cosa affascinante di questo concerto è che non esistono elementi costanti e ripetibili. Tutto è unico e irripetibile.
Lo stesso discorso vale per le Sequenze composte da Luciano Berio (se non lʼavete ancora fatto, date un occhio a quelle che il compositore italiano ha scritto per la cantante Cathy Barberian).

I compositori che ho citato appartengono al secolo appena trascorso e hanno rivestito un ruolo centrale nellʼevoluzione della musica contemporanea, grazie alla loro continua ricerca sonora e alla necessità di sperimentare in continuazione. Entrambi hanno insegnato al pubblico a cui si sono rivolti che la musica non ha barriere e confini. Tutto può essere scardinato, rimodellato e riproposto in maniera del tutto nuova e originale.

Lʼelemento geniale della notazione grafica che questi musicisti hanno ideato è la soggettività. Ogni musicista diviene unico, acquisisce unʼidentità precisa in base a quello che legge sullo spartito e suona sullo strumento. Per quanto possa essere difficile da comprendere, sono dellʼidea che suonare un’opera come quella scritta da Cage permetta di esternare unʼespressività libera, incontrollata e difficilmente prevedibile.
Nel mio piccolo credo che questo stile esecutivo racchiuda lʼessenza della vita di ogni uomo: lʼimprevedibilità.