Con Click! tornano gli articoli frutto del lavoro degli studenti dell’Higher National Diploma per l’approfondimento del rapporto tra musica e società.

Un’analisi attenta e meticolosa, oltre che brillante, del mercato globalizzato e del diverso modo di fare e consumare musica, arricchita di dati e grafici. E pur nel riportare dati effettivi, l’autore Michele Gelmini ci regala una prospettiva davvero personale.

Buona lettura!

Lucia Corona Piu


Click!
Qualche parola sull’industria musicale nel mondo globalizzato
di Michele Gelmini

*click* ho scoperto una nuova ricetta di cucina
*click* ho prenotato il cinema per dopodomani
*click* sto parlando con i miei parenti in vacanza in Sri Lanka
*click* domani arriveranno le mie scarpe nuove

Ma soprattutto..

*click* ho comprato 40 milioni di dischi.

Solamente vent’anni fa quest’ultima frase sarebbe stata ridicola. Eppure eccoci qua, ci bastano pochi euro al mese e possiamo infilare tutta la musica del mondo in una piccola scatoletta luminosa che teniamo in tasca. Anche l’iPod ormai è superato. Tanto è tutto online e ci bastano i nostri smartphone dalle infinite potenzialità. Talmente tante che anche il suffisso phone andrebbe sostituito con qualcosa di nuovo. Forse anche i *click* qui sopra sono già obsoleti: ormai chi clicca più? È tutto touch!

Inutile dirlo, come vale per i *click* appena menzionati, vale anche per i dischi: l’industria discografica, per sopravvivere oggi, non può più contare sulle vendite degli album che produce.

Dando un’occhiata ai dati sulle vendite forniti dalla RIAA (Recording Industry Association of America) si ha una panoramica ben chiara di come si stia muovendo il mercato musicale americano in particolare (ragionamenti analoghi valgono anche per quello europeo).

Il grafico qua sotto mostra quanto drasticamente si siano ridotti gli introiti dell’industria discografica che, di recente, hanno raggiunto i minimi storici.

Nella parte di sinistra troviamo un po’ di storia: prima c’erano gli 8-track e i vinili, che sono stati soppiantati dalle cassette a loro volta spodestate dal Compact Disc. Il tutto in crescita quasi costante dagli anni Ottanta in poi.

Poi è arrivato il 2000 e tutto ha cominciato a peggiorare di anno in anno.

Ma è cambiata la qualità della musica o c’è dell’altro?

La principale causa della discesona tragica che compiono le lineette blu a partire dal 2000 è da individuare nella nascita del formato mp3, che è diventato lo strumento perfetto per la pirateria musicale.

Questo formato di compressione digitale del suono inizialmente fu rifiutato dai vertici dell’industria discografica, convinti dell’infallibilità del CD. Al contrario la pirateria, sfortunatamente più lungimirante dei discografici, lo ha sfruttato ampiamente per la creazione di vari sistemi di circolazione gratuita di materiale con copyright. I file creati in formato mp3 sono estremamente leggeri, quindi semplici da far circolare in giro per internet: il sogno di ogni pirata.

Ovviamente, con questo sistema le vendite sono crollate. Non si comprava più musica perché la si poteva scaricare tranquillamente gratis con i vari stratagemmi della pirateria. Non che ora sia molto diverso, ma possiamo dire che qualcosa si sia mosso grazie alla comparsa di quelle lineette rosa e viola che stanno svoltando la situazione. Si tratta di tutto quel meccanismo digitale legale che sta cominciando a dare una bella lezione ai pirati. Mi sto riferendo, certo, a servizi come lo store di iTunes e simili che permettono di comprare dischi in versione digitale, ma soprattutto alle piattaforme più moderne di streaming musicale come Spotify, Deezer e iTunes Music.

Internet e la globalizzazione in generale hanno cambiato il mondo in moltissimi modi diversi, fornendo possibilità infinite al genere umano. È ovvio che tra queste ve ne siano alcune molto vantaggiose ed altre estremamente pericolose per chi ne fruisce e per chi le subisce.

La nascita di Napster (uno dei primi e più utilizzati software per scaricare materiale piratato), per esempio, ha portato alla disintegrazione dell’impero discografico che si era creato durante gli anni Novanta. Le barrette del grafico sopra parlano chiaro, in quel punto della storia i discografici guadagnavano molto più di adesso. Questo ovviamente è uno dei fattori negativi che ha quasi distrutto l’intero settore professionale musicale.

Ma..

C’è un ma: e se il fenomeno della pirateria non fosse poi così mostruoso? Se fosse proprio la scossa che ci voleva per cambiare radicalmente l’industria musicale?

Sono punti di vista su cui si può discutere.

Se consideriamo, ad esempio, il numero di copie vendute e non gli introiti monetari, il grafico cambia radicalmente:

Il digitale costa meno, abbatte tutte le spese extra (la plastica dei CD, la carta per la copertina, la stampa fisica delle copie, i trasporti) e permette di sorvolare le frontiere tra i Paesi, quindi il pubblico ne approfitta. Non capirlo subito ha permesso ai pirati di espandere il loro bacino di utenti in modo rapidissimo. Quando l’industria musicale ha cominciato ad utilizzare il digitale era già troppo tardi, tuttavia, nonostante gli introiti fossero meno, la portata è aumentata notevolmente. Più clienti significa più persone che parlano di musica, che la ascoltano e che, magari, vanno ai concerti degli artisti che amano. Nel primo periodo è sicuramente stata una grossa perdita di denaro, ma sul lungo termine questo fenomeno potrebbe far risalire notevolmente le barrette del primo grafico. È improbabile che si ritorni ai livelli del 1999 in termini di introiti, ma se non altro oggi la pirateria sta lentamente scemando grazie ai vari servizi di vendita digitale e soprattutto di streaming musicale.

Benché le cifre relative a questi ultimi (le lineette rosa) sembrino minuscole in questi grafici, dare un’occhiata alla loro breve evoluzione zoommando un po’ rende l’idea di quanto siano in crescita e di quanto saranno influenti nel prossimo futuro:

Il salto gigantesco che c’è stato negli ultimi due anni fa impressione. La tendenza delle persone sarà sempre più quella di abbandonare un supporto fisico in favore di quello digitale. Il rovescio della medaglia è il poco valore che assume la musica in questo modo. Solamente il fatto di non avere più un vero e proprio oggetto fra le mani ma solo dei pixel su uno schermo cambia completamente la percezione che un ascoltatore ha della musica. Non c’è più il senso del comprare un disco, un oggetto che poi sarà sempre lì su uno scaffale pronto all’uso e che possa essere ascoltato all’infinito, spulciato e spogliato in ogni singolo dettaglio. Il tutto è ridotto ad un abbonamento, un ascolto veloce e distratto, di sottofondo. Tanto si può ascoltare tutto senza limiti e senza curarsi di chi abbia fatto cosa per comporre quell’opera d’arte che entra nelle nostre orecchie e ci comunica ogni genere di messaggio. E poi, una volta stufi della canzone in questione basta un altro *click per eliminarla e liberare spazio sul dispositivo.

Con un CD non sarebbe mai successo, alla peggio lo si sarebbe rivenduto. Probabilmente è per sopperire a questa mancanza del digitale che il vinile sta incredibilmente tornando alla ribalta (vedi primo grafico, le timide lineette verdi degli ultimi tre anni). Un oggetto come un disco in  vinile è molto più prezioso e interessante di un CD. Solamente il fatto di doverlo toccare delicatamente ed appoggiare su un dispositivo come un giradischi rende quel supporto musicale parte di un piccolo rituale che un appassionato ovviamente preferisce ad un CD, ormai sostituito dallo streaming. Il costo di un vinile e le sue dimensioni lo rendono un oggetto incredibilmente affascinante e ricercato, che va ascoltato molte volte con attenzione, un hobby che ormai pochissimi appassionati mantengono attivo, peggiorando la qualità del loro ascolto.

Conseguentemente peggiora anche il livello medio della musica, che per avere successo deve essere sempre più immediata e facile in modo da colpire subito anche l’utente più distratto di Deezer o Spotify. Probabilmente è questo l’effetto peggiore della globalizzazione sul mercato musicale: il peggioramento della qualità della musica dovuto a una reazione a catena che parte dalla possibilità di ascoltare qualsiasi cosa senza la minima fatica.

In ogni caso, fanatici del vinile a parte, in breve tempo i vari supporti fisici spariranno, lasciando spazio a queste nuove piattaforme più comode e meno costose per il consumatore. D’altronde, basta un solo *click* per avere tutta la musica del mondo sul palmo di una mano.

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4 commenti

  1. L’mp3 fu rifiutato dall’industria discografica ma non dall’industria musicale, dal momento che s’è iniziato a produrre sia software di conversione sia apparecchi che leggevano tale formato.
    Non dimentichiamo poi l’ascesa, non solo ideologica, del “sempre più piccolo – sempre meno qualitativo” (comprese le salette d’ascolto degli anni 50-60-70) anche per quanto riguarda l’impianto stereo: una spinta opportunistica, ad abbandonare le “competenze di ascolto” che rallentavano quello che sarete diventato l’acquisto tendenzialmente compulsivo o non ragionato, in presenza di un bagaglio sempre più impoverito.
    La pirateria non solo era (è) più lungimirante dei discografici riguardo alla “logistica” delle canzoni compresse (e qui ci sarebbe da aprire un discorso su brani, canzoni e canzonette, ma è un’altra storia), ma strasmette(va) un senso più ampio di cultura musicale, non veicolato dai soliti interessi.
    Non si capisce altrimenti per quale motivo il il pirata si prendeva la briga di rendere disponibili tutti quei CD sconosciuti, e soggetti ad una sorta di embargo, col “rischio” che fossero pure qualitativamente interessanti, intralciando la diffusione di quelli che dovevano essere “heavy-rotati”.
    Conferma è che, osservando per esempio le uscite 2017-2018 su Spotify, in vetrina non appaiono veramente tutte le produzioni in ordine di tempo, ma le si localizza solo, e non con matematica certezza, navigando nelle sezioni “Artisti simili” e “Scopri”.
    Napster, se vogliamo, era solo un “modo” più comodo per acquisire musica dal momento che prima di lui c’erano siti come mp3.com dal download libero e non assoggettato da filtri di convenienza.
    Per quanto riguarda la presunta “disintegrazione”, dobbiamo definire l’appropriato soggetto in questione, perché impero discografico e impero industriale discografico le delineerei come entità ben distinte, in quanto la prima non ancora assoggettata all’azione, dei discografici appunto, del rendere facile o meno la fruizione di un “disco”, qualsiasi sia il formato.
    Quindi la facilità o meno di venire alla luce, non danneggia una parte di quel settore professionale musicale? Questa visione, futuribile, la si può anche applicare all’attuale ritorno del vinile. E quindi che ne sarà dal lato culturale?
    Se il digitale costa meno, non si spiega, o poco, l’attuale il ritorno del vinile.
    Inoltre anche qui dobbiamo specificare di quale industria musicale si sta parlando. Della piccola o grande (da una ricerca per un assignment iniziato a suo tempo)? Dell’entità facente parte della Confindustria o di quella globale mondiale?
    Certo, altrimenti non si capisce, come detto prima, da chi sia stata realizzata l’introduzione sul mercato di software di conversione e di apparecchi di riproduzione.
    E ancora… certo, più clienti e più persone che parlano di musica. Ma a che livello? Si ricordi che il settore della vera alta fedeltà è stato saccheggiato a tal punto che anni fa, dopo decenni di opulenza, non s’è tenuto il famoso Top Audio, a causa della stessa crisi (più il deprezzamento cui sopra) che però non aveva intaccato il Vinitaly.
    Il fatto di non avere un qualcosa di fisico tra le mani non cambia il fatto del livello di analisi all’ascolto. E’ una questione di educazione, e non lo darà certo un box, un foglietto, e accettare poi supinamente quello che passa il convento.
    Col CD **è** successo!
    Il rituale, quel rituale, del vinile, non esiste comunque se non abbiamo un bagaglio di valore. E di certo non se lo si fa col materiale che abbiamo nelle vetrine dei portali. Liquida, su CD o su vinile, sarebbe sempre la stessa musica. L’oggetto, il supporto, mi sembra solo l’ennesimo escamotage conformista per mantenere basso il livello culturale.

  2. L’mp3 fu rifiutato dall’industria discografica ma non dall’industria musicale, dal momento che s’è iniziato a produrre sia software di conversione sia apparecchi che leggevano tale formato.
    Non dimentichiamo poi l’ascesa, non solo ideologica, del “sempre più piccolo – sempre meno qualitativo” (comprese le salette d’ascolto degli anni 50-60-70) anche per quanto riguarda l’impianto stereo: una spinta opportunistica, ad abbandonare le “competenze di ascolto” che rallentavano quello che sarete diventato l’acquisto tendenzialmente compulsivo o non ragionato, in presenza di un bagaglio sempre più impoverito.
    La pirateria non solo era (è) più lungimirante dei discografici riguardo alla “logistica” delle canzoni compresse (e qui ci sarebbe da aprire un discorso su brani, canzoni e canzonette, ma è un’altra storia), ma strasmette(va) un senso più ampio di cultura musicale, non veicolato dai soliti interessi.
    Non si capisce altrimenti per quale motivo il il pirata si prendeva la briga di rendere disponibili tutti quei CD sconosciuti, e soggetti ad una sorta di embargo, col “rischio” che fossero pure qualitativamente interessanti, intralciando la diffusione di quelli che dovevano essere “heavy-rotati”.
    Conferma è che, osservando per esempio le uscite 2017-2018 su Spotify, in vetrina non appaiono veramente tutte le produzioni in ordine di tempo, ma le si localizza solo, e non con matematica certezza, navigando nelle sezioni “Artisti simili” e “Scopri”.
    Napster, se vogliamo, era solo un “modo” più comodo per acquisire musica dal momento che prima di lui c’erano siti come mp3.com dal download libero e non assoggettato da filtri di convenienza.
    Per quanto riguarda la presunta “disintegrazione”, dobbiamo definire l’appropriato soggetto in questione, perché impero discografico e impero industriale discografico le delineerei come entità ben distinte, in quanto la prima non ancora assoggettata all’azione, dei discografici appunto, del rendere facile o meno la fruizione di un “disco”, qualsiasi sia il formato.
    Quindi la facilità o meno di venire alla luce, non danneggia una parte di quel settore professionale musicale? Questa visione, futuribile, la si può anche applicare all’attuale ritorno del vinile. E quindi che ne sarà dal lato culturale?
    Se il digitale costa meno, non si spiega, o poco, l’attuale il ritorno del vinile.
    Inoltre anche qui dobbiamo specificare di quale industria musicale si sta parlando. Della piccola o grande (da una ricerca per un assignment iniziato a suo tempo)? Dell’entità facente parte della Confindustria o di quella globale mondiale?
    Certo, altrimenti non si capisce, come detto prima, da chi sia stata realizzata l’introduzione sul mercato di software di conversione e di apparecchi di riproduzione.
    E ancora… certo, più clienti e più persone che parlano di musica. Ma a che livello? Si ricordi che il settore della vera alta fedeltà è stato saccheggiato a tal punto che anni fa, dopo decenni di opulenza, non s’è tenuto il famoso Top Audio, a causa della stessa crisi (più il deprezzamento cui sopra) che però non aveva intaccato il Vinitaly.
    Il fatto di non avere un qualcosa di fisico tra le mani non cambia il fatto del livello di analisi all’ascolto. E’ una questione di educazione, e non lo darà certo un box, un foglietto, e accettare poi supinamente quello che passa il convento.
    Col CD **è** successo!
    Il rituale, quel rituale, del vinile, non esiste comunque se non abbiamo un bagaglio di valore. E di certo non se lo si fa col materiale che abbiamo nelle vetrine dei portali. Liquida, su CD o su vinile, sarebbe sempre la stessa musica. L’oggetto, il supporto, mi sembra solo l’ennesimo escamotage conformista per mantenere basso il livello culturale.

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