Il Festival e i suoi tanti luoghi comuni

Come ogni anno, anche in questo 2019 si rinnova il rito: cinque lunghe (lunghissime) sere davanti alla televisione per ascoltare una lunga (lunghissima) sequela di canzoni e arrivare a vedere chi vincerà.
Perché in così tanti ci ostiniamo a fare le ore piccole in settimane di lavoro intenso, sopportare musica spesso scialba, innervosirci con ospiti male assortiti?

La risposta è varia, e naturalmente ognuno può avere le proprie ragioni.
Però ci sono degli elementi che rendono il Festival di Sanremo un fenomeno sociale, culturale e musicale irrinunciabile.

La musica, innanzitutto. Indiscussa protagonista, gioia e dolore di noi spettatori del settore, sempre in bilico tra le critiche più feroci al “sistema Sanremo” e l’assoluta certezza che ci andremmo su una gamba sola, se solo ne avessimo l’opportunità.
Canzoni eternamente accusate di banalità, “ché tanto quelle belle arrivano ultime”; perché la battaglia è sempre quella, fra le canzoni mainstream e ‘tipicamente sanremesi’, tacciate di vecchiume e noiosità, e canzoni innovative e originali (traduco: volutamente strane, orgogliosamente dissonanti, magari brutte, ma comunque migliori in virtù della loro ribelle diversità). In entrambe le categorie troviamo poi le canzoni impegnate, in cui la caratura del testo supera le qualità squisitamente musicali: non importa se la melodia è stanca, se l’armonia o l’arrangiamento sono trasparenti, il messaggio è forte e merita rispetto, guai a dire il contrario.

Un altro elemento è la votazione, che immancabilmente ci fa incazzare perché cavoli, non rispecchia mai i nostri gusti! Ma dove la pescano la giuria demoscopica? E i giornalisti, quando inizieranno a capirci qualcosa? Le imprecazioni sono superate solo dal pericolo di terza guerra mondiale scatenato qualche mese più tardi dalle votazioni dell’Eurovision.
Ma ognuno di noi ha la propria classifica personale e giochiamo a vedere chi indovina e se davvero il vincitore era già deciso in partenza o magari stavolta vince la Musica…

E gli ospiti, dove li mettiamo? Quanto ci danno fastidio, da 1 a 10, gli artisti italiani che snobbano la gara ma vanno ospiti perché sono più fighi degli altri? E poi però guardiamo la serata proprio perché c’è quel cantante che ci piace tanto. E gli attori, le interviste, i monologhi che ci fanno tirare l’una di notte (se ben badiamo, con le sole canzoni in gara alle 23 saremmo tutti a nanna, eh): sono davvero così essenziali?
Già, il festival da decenni ormai è uno spettacolo televisivo prima che una kermesse musicale, e spesso le canzoni passano in secondo piano. Applausi, allora, a quelle edizioni che riportano la musica al protagonismo che le spetta e che forse fanno sentire ancor più stonati certi siparietti il cui unico scopo è lisciare il pelo all’italiano medio (sì, lui, quello che di musica di qualità non ne capisce nulla).

Ma non è ancora tutto. Ci sono i giudizi sui presentatori (uomini vs donne, bravi, ingessati, competenti o inappropriati); i vestiti, che attirano sempre i commenti più colorati e che sono un elemento essenziale dello show, anche da quando nessuno più promuove i nomi degli stilisti (peccato, è sempre un’occasione in più per sostenere una fiorente industria nazionale). E, naturalmente, la mitica orchestra che si fa il mazzo, con il sempre aperto quesito “hanno studiato tanto per finire a suonare ‘sta roba”, ma anche in questo caso alzi la mano il musicista che non ci andrebbe senza farselo chiedere due volte.

Perché, dunque, ci lasciamo sedurre da questo evento ricco di difetti? Mah, è divertente. È bello, la mattina a scuola, discutere di tutto ciò; fare le classifiche, valutare i brani, ascoltare le analisi pungenti dell’insegnante di armonia e quelle irriverenti del maestro di songwriting. E via di più o meno benevoli insulti, di timide ammissioni “ma sì, in fondo quella non è male” e tante grasse risate!
Ed è divertente anche il fatto che negli ultimi anni ci coalizziamo sui social network, perché che senso ha seguire Sanremo se non lo commenti su Twitter? E lanciamo gli hashtag per sconfiggere quelle cavolo di giurie che non capiscono nulla, e creiamo movimenti a favore o contro l’artista x o la canzone y. Uno spasso, volto ad ammortizzare la noia del rito canoro, ma anche a tenerlo vivo, a farcene sentire protagonisti.

Ma poi perché, amici musicisti, in fondo il nostro compito è parlarne: fare sì che il dibattito pubblico sulla musica non finisca mai, provare a creare una più consapevole cultura nel cittadino medio, che poi diventa il nostro pubblico, quello che deve comprendere (davvero, stavolta, e non solo per la celebrazione di un rito nazional-popolare) quando vale la pena spendere qualche euro per un nostro concerto o una nostra registrazione.
E non vale parlarne senza averlo guardato. Dunque, viva Sanremo!

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