Avete una chitarra, un ukulele, un basso o qualsiasi altro strumento dotato di una tastiera su cui passano sopra delle corde nelle immediate vicinanze? Bene: prendetelo e poggiate il vostro dito indice della mano sinistra (o destra se siete mancini) su un tasto qualsiasi e successivamente l’anulare a un tono di distanza sempre sulla stessa corda. Ora fate bene attenzione perché arriva il bello: con l’indice dell’altra mano toccate con fermezza la stessa corda a un’ottava di distanza dalla tonica e poi staccatelo; a questo punto fate lo stesso con l’anulare della mano sinistra ma mantenete il suo indice in posizione. Rimettete infine l’anulare sinistro in posizione e ripetete da capo. L’effetto vi ricorda qualcosa? Ma certo: stiamo parlando di tapping!

Più facile a farsi che a dirsi, il tapping è una tecnica resa celebre negli anni ’80 dal chitarrista americano Eddie Van Halen che consiste nell’utilizzare le dita in modo percussivo per suonare delle note legate sulla tastiera, generalmente a intervalli molto larghi, altrimenti impossibili da eseguire.
Se siamo dotati di un’anima incline alla musica heavy e aggiungiamo una buona dose di distorsione allo strumento beh… l’effetto wow è assicurato!
Ma se pensate che il Tapping sia stato inventato dal buon Eddie vi devo dare una brutta notizia: non è così!
La prima testimonianza nota dell’utilizzo di questa tecnica ci arriva da un video del 1932 in un cui un certo Roy Smeck si diletta a utilizzarla su un piccolo ukulele.

Procedendo di qualche decennio arriviamo negli anni ’50 quando il chitarrista jazz Jimmie Webster nel brano Caravan ce ne fornisce una dimostrazione pratica utilizzando ben otto dita contemporaneamente. Negli anni successivi saranno molti i chitarristi che utilizzeranno questa tecnica, in modo più o meno invasivo, per costruire arrangiamenti o arricchire frasi e soli in svariati generi musicali: Dave Bunker, Vittorio Camardese, Barney Kessel, Steve Hackett, Brian May e molti altri. Ma allora perché tutti noi siamo portati ad associare immediatamente il tapping al chitarrista dei Van Halen?
Nel 1978 nacquero centinaia di nuovi gruppi che si posero l’obiettivo di portare innovazione ed ecletticità in campo musicale sia fondendo generi apparentemente distanti, heavy metal e pop o funky, ad esempio, che creandone di nuovi grazie alla musica elettronica. Ma nel corso degli anni ’80 furono molti i fattori che portarono a un cambiamento radicale nel concepimento musicale grazie a una generale stabilità economica, almeno nell’Occidente, e da un sentimento comune di benessere e spensieratezza. La musica era un fattore determinante di appartenenza per i giovani: da una parte c’era chi ascoltava autori rock e punk, rivendicandone la natura intellettuale e ribelle, dall’altra chi apprezzava la nascita di una generazione legata alle tematiche più soft e ai nuovi gruppi pop che si sarebbero presto imposti sulla scena musicale quali Duran Duran, Spandau Ballet e molti altri.
Gli artisti americani compresero immediatamente che i gusti del mercato stavano velocemente mutando e colsero la palla al balzo per creare dei veri e propri spettacoli fatti di luci, danze, balli, schermi luminosi e elementi teatrali che dovevano essere in grado di divertire, coinvolgere attivamente, stupire e sorprendere lo spettatore.

Come in tutti gli altri generi musicali anche nel panorama metal si sentì l’esigenza di portare qualcosa di nuovo al pubblico poiché la capacità tecnica esecutiva da sola non bastava: scale eseguite alla velocità della luce e cascate di note portarono alla nascita di Guitar Hero che inventò e migliorò alcune tecniche musicali proprio al fine di stupire lo spettatore.
I già sopracitati Van Halen furono fra i maggiori rappresentanti del movimento hair metal che caratterizzò gli anni ’80: esso si occupava di rendere tale musica più melodica, quasi ballabile e dai risvolti pop. I loro concerti furono dei veri e propri spettacoli in cui la musica veniva contestualizzata in un ambiente più ampio e d’effetto tramite cortine fumogene, schermi enormi e interattivi, palchi con percorsi per immergersi nel pubblico e giochi luminosi. Eddie Van Halen sviluppò la tecnica del tapping proprio ponendosi l’obiettivo di innovare e lasciare senza parole i suoi spettatori. Inizialmente fu capace di alimentare a dismisura l’interesse verso questo metodo di suonare semplicemente voltandosi di spalle e non mostrando al pubblico i passaggi cruciali dei pezzi in cui eseguiva tale procedura.
L’esponente della sei corde del gruppo fece crescere enormemente l’interesse di questa tecnica grazie al solo del brano Eruption contenuto del primo disco della band, l’omonimo Van Halen, lanciato sul mercato proprio nel 1978. Quel piccolo pezzo strumentale lasciò stupefatti tutti i chitarristi del globo che si sbizzarrirono nei modi più disparati per riuscire a capire come diavolo avesse fatto Eddie a far suonare la chitarra in quel modo.

Ricordo di aver partecipato a uno dei primi concerti di debutto dell’album della band. Aspettavo con ansia il solo di quel dannato pezzo: ero venuto a vederli solo per quello. E bam! Proprio sul più bello Eddie si gira dandoci le spalle e si piazza in una zona del palco poco illuminata e comincia a far piovere sul pubblico quella cascata di note. Rimasi a bocca aperta e poco dopo vidi qualcuno del pubblico andarsene stizzito. Ci aveva proprio fregati!
– Slash

Il trucco venne svelato nel giro di qualche mese, ma quel piccolo lasso di tempo era bastato per scolpire nella testa di milioni di chitarristi il fatto che Eddie Van Halen avesse inventato un nuovo modo di suonare la chitarra elettrica.
Negli anni successivi il chitarrista rende il tapping parte integrante del suo stile: lo esaspera grazie alla distorsione e lo utilizza non solo nella maggior parte dei suoi soli, ma anche per costruire arrangiamenti nei brani della band come ad esempio in Panama o Somebody get me a doctor.
Ma Eddie non fu l’unico chitarrista del panorama metal a presentare una nuova tecnica: sempre negli anni ’80 l’americano Joe Satriani rese parte integrante del proprio modo di suonare il cosiddetto dive bomb.

Tale tecnica si concentra su dei vibrati particolarmente violenti prodotti tramite la leva della chitarra: l’utilizzo durante i fraseggi, gli accordi o i soli permette al chitarrista statunitense di oltrepassare i confini fisici della tastiera per raggiungere note acute o basse altrimenti impossibili da eseguire se non scordando la chitarra. Come per Eddie Van Halen, Joe Satriani regalò ai chitarristi di tutto il mondo un nuovo modo per arricchire gli arrangiamenti di chitarra; inoltre mescolandolo sapientemente con l’uso degli armonici ha fatto amare ai chitarristi hard & heavy i cosiddetti fischi prodotti dallo strumento elettrico.

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