All’inizio degli anni Ottanta, negli USA si diffonde a macchia d’olio un nuovo tipo di musica: il thrash metal. Sebbene il genere affondi le sue radici nella musica britannica ed europea in generale, il focolaio si trova in California. La genesi di questo nuovo stile è dovuta, come spesso accade, alla fusione tra più generi; in questo caso, la NWOBHM, Iron Maiden, Judas Priest, Venom, e l’Hardcore Punk, Black Flag, Misfits, Exploited.

Nel 1983 escono, a distanza di pochi mesi, gli album di debutto di Metallica, Kill ‘Em All, e Slayer, Show No Mercy, considerati i veri pionieri dello stile. La tecnica è ancora da affinare, ma è subito chiaro che si tratta di una rivoluzione epocale. Hit The Lights, prima traccia dell’album di Hetfield e soci, è un manifesto: il riff di chitarra è sporco e veloce, il batterista suona con grande potenza, la voce è roca e aggressiva. Tutti caratteri che in breve tempo diventano stilemi.

Ma l’anno della svolta è il 1986: nei tre anni precedenti, Slayer e Metallica hanno lavorato al loro sound in direzioni completamente diverse. I Metallica si sono evoluti in un thrash metal più raffinato, con canzoni più lunghe e articolate, mentre gli Slayer hanno puntato tutto sulla velocità e sul controllo esecutivo. Tutto ciò porta a due album fondamentali: Master Of Puppets dei Metallica e Reign in Blood degli Slayer.

Quest’ultimo, prodotto da Rick Rubin con la sua Def Jam Recordings, crea un uragano nella scena metal nazionale. I riff di chitarra sono maligni e oscuri, i soli caotici e dissonanti, la voce di Tom Araya è sempre più urlata e gutturale. Questi elementi saranno un punto di partenza fondamentale per lo sviluppo di generi ancora più estremi, come il Death Metal e il Black Metal.
Al tempo, era prerogativa delle band metal cercare la velocità più estrema, una vera e propria gara a chi andava più veloce. Quando viene registrato Reign in Blood, il livello tecnico raggiunto consente agli Slayer di andare più veloci di tutti. Paul Bostaph, all’epoca batterista dei Forbidden (suonerà poi con gli stessi Slayer in tempi più recenti), ricorda esattamente la prima volta che ascoltò l’album:

I remember we were at a party, and someone brought in the new Slayer record. We stayed sticked to the stereo ‘til the end, then I raised up my head, I looked the band in the eyes and I said “We’re fucked”.

Ricordo che eravamo ad una festa (con i Forbidden, ndr) e qualcuno portò il nuovo LP degli Slayer. Restammo incollati allo stereo per tutta la durata dell’album, dopodiché alzai la testa, guardai gli altri negli occhi e dissi: “Siamo fottuti”.


In Reign in Blood la sezione ritmica è spaventosamente precisa, cosa non proprio tipica nel metal di quegli anni, e Dave Lombardo (batterista italo-cubano) mette in mostra tutte le sue capacità: un controllo ottimale della velocità e un uso ad altissimo livello della doppia cassa. Un livello talmente alto da valergli il soprannome di The Godfather of Double Bass.
Il drumming di Lombardo, e del thrash metal in generale, si basa sul cosiddetto skank beat (in Italia chiamato, in gergo, tupa tupa), ovvero un groove con la cassa su tutti i quarti, il rullante in levare e il ride o l’hi-hat su tutti gli ottavi. Lombardo porta questo groove al limite nel brano Necrophobic, alla velocità di 248 bpm.

Tantissimi batteristi si ispirarono al suo modello di potenza e precisione, ma ad un certo punto si sentì il bisogno di andare avanti e spingere ancora più all’estremo le capacità umane. Questa ricerca portò alla nascita del blast beat. L’origine di questa tecnica è un argomento quantomeno discusso, le sue radici affondano addirittura nel jazz, ma tutti sono concordi nell’attribuirne la concretizzazione a Pete Sandoval, batterista dei Terrorizer e successivamente dei Morbid Angel. Il primo album in cui si può sentire un blast beat ben strutturato e usato con regolarità è appunto dei Morbid Angel, Scum, pubblicato nel 1987.

Il blast beat tradizionale si basa sulla stessa alternanza di cassa e rullante dello skank beat, ma il piatto suona solo insieme alla cassa. Eseguendo solo la metà dei colpi con la mano destra, la velocità raggiungibile si sposta terribilmente più in là.
Nel blast beat si parla infatti di ottavi e non più di quarti, per mantenere il valore dei bpm su una scala comprensibile. Generalmente, si parla di blast beat dai 180 bpm in su (al sedicesimo).
Per rendere tutto un po’ più chiaro, gli spartiti qui sotto illustrano la differenza tra skank beat e blast beat tradizionale.

Skank beat

Skank beat (cassa sui quarti, rullante in levare, piatto su tutti gli ottavi)
Ascolto: Slayer – Altar of Sacrifice 0:03-0:11

Traditional blast beat

Traditional blast beat (cassa e piatto sugli ottavi, rullante in levare)
Ascolto: George Kollias – Ithyphallic 0:52 – 0:58

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, i batteristi dei primi gruppi death metal cercano delle alternative al blast tradizionale. Tra i più significativi il Bomb Blast, detto anche Cannibal blast, perché utilizzato per la prima volta da Paul Mazurkiewicz dei Cannibal Corpse, e l’Hammer blast, o Suffo blast, dal nome della band americana Suffocation, che consiste in una serie di ottavi suonati contemporaneamente da cassa, rullante e piatto.
Per comprendere meglio questa tecnica, difficile da razionalizzare per un orecchio non esperto, consiglio questo video didattico realizzato da George Kollias, uno dei batteristi più apprezzati nel metal estremo. YouTube dà la possibilità di guardare il video al 75% della velocità, estremamente consigliato in questo caso.

Il metal estremo dal vivo

Nella scena metal, in particolare nel metal estremo, il pubblico ha bisogno di sentirsi parte di una comunità forte, ha un grande senso di appartenenza, ha bisogno del contatto fisico e del sudore (alcune tradizioni, come il circle pit o il wall of death, da cui spesso si esce con qualche osso rotto, lo dimostrano). Ha bisogno insomma di portare ad un livello diverso il significato di divertimento.
Tutto questo in un clima di rispetto per tutti. Ricordo un concerto degli Exodus, nota band trash statunitense, al Live Club di Trezzo sull’Adda. Il cantante Steve Souza, alla fine della prima canzone, pronunciò queste parole:

We’re here to have fun, guys. If someone goes down in the mosh, lend your hand and get him up.

Siamo qui per divertirci, ragazzi. Se qualcuno cade nel mezzo del mosh, allungate il braccio e tiratelo su.

Il blast beat si colloca all’interno di questi bisogni, portando su un altro livello il concetto di drumming.
Anche e soprattutto per questi bisogni, la venue di riferimento è il locale di piccole medie dimensioni, che consente agli spettatori di sentirsi quasi in combutta con gli artisti.
Rispetto ad altri generi musicali, come il pop, in cui l’artista viene spesso visto come una divinità irraggiungibile, nel metal estremo l’artista si pone allo stesso livello del pubblico, facendo intendere che se non fosse sul palco a suonare sarebbe esattamente sotto il palco a fare casino insieme a tutti gli altri. Non è raro incontrare i musicisti fuori dal locale prima che suonino o dopo aver suonato; ricordo un memorabile incontro con il bassista degli Onslaught al camioncino dei panini al Metalitalia Festival 2014.
In altri generi musicali, soprattutto nell’ambito mainstream, non si ha la percezione di una comunità così forte. Nel metal c’è sempre stata questa aura di stranezza e di “oscurità” di cui i metallari vanno particolarmente fieri, e questo ha contribuito alla creazione di un movimento, e di un vessillo da portare con orgoglio.

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