Terza e conclusiva puntata del reportage di Alessandro Morandini, Luisa Fazzini e Agostino Falconetti.
La prima puntata la trovi qui Orcadi 1, e la seconda qui Orcadi 2

Agostino. “Ma che bel castello…”. Viene spontaneo pensarlo mentre entriamo dove un tempo c’era il ponte levatoio di Urquhart e ci perdiamo tra questi sassi vecchi di centinaia d’anni. Saliamo sull’antica torre di pietra posta in una posizione strategica sulle acque cupe del lago di Loch Ness. Mentre sotto di noi passano i battelli dotati di sonar perché non si sa mai che il mostro… Naturale pensare allo splendore di un tempo e la sua imponenza mentre ci ritroviamo a camminare tra queste rovine. Rivivere col pensiero storie e scene vissute in queste stanze. Mistero e suggestione. Poi spoetizziamo un po’ il tutto scherzando con le palle delle catapulte e la mamma di una sposa rigorosamente in dress code regina. Il Ministero del turismo ha investito un’ingente cifra costruendo un moderno centro visitatori favorendo l’arrivo di flotte di turisti da selfie contro il parere degli abitanti locali. Oggi Urquhart è il terzo castello più visitato della Scozia, dopo quelli di Edimburgo e Stirling. Usciti dal Great Glen, superiamo il ponte di Inverness e il paesaggio cambia improvvisamente. Il vento svuota il paesaggio dagli alberi, solo praterie, mare e pecore. Nel mare navi lontane, le strade si restringono e ai nostri fianchi il monotono ondeggiare dell’erba. È il tramonto quando entriamo nella Taverna Tartan con i nostri zaini. Fuori rinfresca e il villaggio di Helmsdale è deserto. Tutto gira intorno a quel bancone con i personaggi più impensabili e la loro pinta di birra. Prendiamo posto nelle nostre stanze e ordiamo la cena. E scopriamo il miglior agnello del mondo.

Luisa. Non viaggio per collezionare luoghi. Viaggio per il piacere della percezione, a cui poi seguono la riflessione e quel piacere inesprimibile del contatto con l’infinito. Viaggio per dilatare il mio essere, per espandere i miei sensi, per sentirmi parte di un tutto che mi accoglie. Per questo i viaggi per me vanno pianificati con la passione della ricerca che non ti conduce in un luogo, ma ti ci fa entrare.

Agostino. Arrivati, abbiamo raggiunto la meta prefissata mesi prima. Guidati da una sorta di attrazione magnetica, da una grande curiosità, dal desiderio di affrontare terre ventose e lontane. Sulle remote strade siamo i pochi turisti che vagano con la voglia di fermarsi e capire. Capire la grande capacità di adattamento di chi vive qui, in una terra ostile, battuta dai venti e dalle piogge che ora invece ci viene regalata dalla luce di un’estate secca. E mentre percorriamo queste strette vie con le nostre auto in me emerge il sentimento romantico, nei prati verdi pieni di fiori, nelle pecore gonfie di lana, come se osservassi immagini tratte da film o da libri in cui le storie si ambientano in minuscoli universi a misura d’uomo. Raggiungiamo le nostre abitazioni percorrendo i vicoli che conducono al porto di Stromness, un luogo che ti trasmette un senso di lontananza da tutto. E poi ancora sulla strada, eccoci girare per la campagna alla ricerca della nostra fattoria, tra percorsi aspri ma carichi di dolcezza. Poi i nostri giorni a camminare, tra la Storia e le storie raccontate da Alessandro, l’Old Man di Hoy, le tombe e il walking in the past di Scara Brae e il misticismo che ci è entrato nel cuore del Ring of Brodgar. Noi e il silenzio di questi luoghi rotto solo dal sibilo del vento e dallo stridulare di migliaia di uccelli. Noi e la luce di giornate lunghissime, limpida e pulita. Noi e quel senso di vastità che ti avvolge nel contatto tra terra, oceano e cielo infinito. Torniamo ubriachi di sguardi verso orizzonti infiniti. Tutto di una intensità estrema: i luoghi, le sensazioni, le onde e i compagni di viaggio.

Luisa. Edimburgo ha il respiro di una vecchia strega nera. Mi sono sempre annoiata mortalmente, anche se per Edimburgo questo è un avverbio adattissimo, nell’ascoltare dalle guide le scontate descrizioni dei monumenti. Ma Eleonora Vanello, il mio contatto Slow Food a Edimburgo, ha trovato un lugubre cantore di storie della città e dei suoi personaggi: Stefano. Immersi in una dimensione violenta, magica e mortifera, tra le pietre scure dei palazzi, del cimitero e del castello, abbiamo trascorso con lui una mattinata piacevole ed inquietante.
A Edimburgo ci siamo seduti alla tavola scozzese. Nel pomeriggio Eleonora ci ha organizzato una degustazione di birre artigianali nella zona del porto e poi ci ha portati a cena in un locale tipico, invitando anche soci Slow Food. Di quell’ultima giornata dunque ricordo la compagnia degli scozzesi che hanno trascorso del tempo con noi: i sorrisi e la simpatia delle guide del tour della birra che ci hanno portato a piedi a scoprire il porto di Edimburgo e la storia locale delle sue birre artigianali, il cuoco che alla sera ci ha presentato i piatti che avremmo assaggiato, le chiacchiere con i commensali del posto. Eleonora ha saputo chiudere il nostro viaggio con il calore del contatto con la popolazione e i sapori del posto. Ci siamo accomiatati dalla Scozia rendendo omaggio al piacere della convivialità, come piace a me.

Agostino. Poi li ho riportati a casa. Da coordinatore non sono riuscito a sottrarmi a un bilancio in coda al check in in aeroporto. Paolo, un esperto partecipante di avventure nel mondo mi ha detto: “Mi sono iscritto a questo viaggio perché ci vedevo una unicità e adesso sono contento perché non mi sono sbagliato”. Alessandro e Luisa si sono illuminati. Un successo. Il nostro primo successo a tre. Ne sono orgoglioso e sotto la mia vecchia scorza di più di ottanta da coordinatore viaggi mi sono emozionato perché avevo portato i miei amici a sperimentare questo mio modo di viaggiare che tante volte avevo raccontato. I loro occhi ora narravano una visione che io ho tante volte vissuto, che ho sempre difeso, in cui credo e che voglio trasmettere, ma soprattutto che come coordinatore voglio condividere. Il mio senso del viaggiare. Per questo ancora oggi non ho perso il richiamo del lontano, per il bisogno della mia anima di vedere con quella luce che coglievo negli occhi dei miei due amici al ritorno. E di tutto il gruppo che ci ha accompagnati.

Alessandro. E da questa scrivania in cui scrivo, ritorno a essere di nuovo docente e game designer autodidatta: guardo con piacere tutto quello che mi hanno lasciato i miei compagni di viaggio: fotografie, messaggi, ringraziamenti. E vedo che non sono stati felici solo per quello che hanno visto, ma soprattutto per quanto hanno vissuto. Ciascuno ha trovato qualcosa. Gli spazi, le attività, le visite hanno consegnato ad ognuno di noi qualcosa di quanto andava cercando, lasciando la possibilità di intraprendere piccoli e grandi percorsi di crescita e cambiamento personali (nel gruppo c’era anche mio figlio quattordicenne, che esperienza!). Sono davvero soddisfatto del mio viaggio personale; ho potuto condividere con amici vecchi e nuovi parte della bellezza che mi portavo dentro da anni, e che era solo mia (e sola!). E sono felice per come i nostri viaggiatori hanno interagito con noi, tra di loro, e con la Scozia che gli abbiamo fatto provare noi tre!

Luisa. Il lusso del tempo. Quando mi sono ritrovata sull’aereo del ritorno ho sommato tutte le mie emozioni in questa consapevolezza. Avevo la percezione di aver dato allo sguardo il suo tempo per entrare nei luoghi. Avevo vissuto i momenti, senza la fretta di una programmazione fagocitante. Noi non avevamo visto. Eravamo entrati in contatto. Per la mia formazione umanistica questo aspetto è determinante. Non mi interessa quanto. Mi interessa come. E in questo viaggio il come è stato il filo conduttore. Ho osservato a lungo gli strapiombi delle scogliere contrastando le mie vertigini, ho sentito il fluire eterno del movimento della natura nelle onde, nel volo degli stormi, nella sagoma controluce di una foca nella trasparenza dell’acqua, ho ascoltato il silenzio assoluto all’interno di tombe neolitiche, ho ammirato la forza diroccata di castelli fuori dai circuiti turistici, ho guardato i paesaggi dalla finestra di un college, di una tenuta signorile di campagna, di un appartamento cittadino, di una fattoria, di una casa di fronte al porto. Ho fatto la spesa quotidiana, ho degustato birre artigianali raccontate dai locali, ho cenato insieme a gente di Edimburgo, allo stesso tavolo, mentre il cuoco spiegava i sapori tradizionali che avevo nel piatto. Ho rifiutato l’abito della turista per cercare di vedere oltre. Di vedere dentro. Ci vuole tempo. Noi ce lo siamo concesso.
Il lusso del tempo dunque. Un viaggio si prepara indirizzando lo sguardo, si vive nel contatto, si conserva nell’incanto della memoria.

Pubblicato da ALOUD

CSM College e CIM Centro Centro Italiano Musica, due tra le più antiche associazioni culturali di Verona, dopo sei anni di fertile e fattiva gestione comune hanno deciso di compiere il grande salto e di riunirsi sotto un nuovo nome: ALOUD

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