La musica è un contenitore che continua ad accogliere a braccia aperte nuove idee, nuove canzoni e nuovi dischi; ci sono dei momenti storici in cui procede verso una sorta di saturazione e, arrivati a questo punto, c’è la necessità di qualcosa che penetri la situazione stagna, per permettere la partenza di un nuovo ciclo. Quella in questione non è proprio una pietra miliare della musica, uno di quei dischi che tutti conoscono o di cui potrebbero descrivere la copertina a memoria, ma Blood Sugar Sex Magic dei Red Hot Chili Peppers ha dato sicuramente una forte spinta all’alternative rock che ha poi consumato le classifiche nei primi anni ’90.

Il passaggio tra anni ’80 e anni ’90 è un periodo di forte rinnovamento nel mondo musicale: nell’hip-hop il cambiamento è dovuto al subentro di un energico gangsta rap capitanato dai NWA (Niggaz With Attitude), che si fanno portavoce del genere con il disco Straight Outta Compton. Nel mondo del rock invece prende piede il lato alternative, dopo un decennio di glorioso rock da stadio. Emergono gruppi come Pearl Jam, Nirvana e anche i Red Hot Chili Peppers, che nello stesso anno, 1991, pubblicano rispettivamente Ten, Nevermind e Blood Sugar Sex Magic, tre dischi che cambiano le carte in tavola e portano le stazioni radiofoniche ad aggiornare i loro contenuti.

In questo periodo assistiamo anche alla nascita dell’etichetta Parental Advisory: un marchio che aveva, ed ha tutt’ora, lo scopo di comunicare agli acquirenti l’uso di un linguaggio forte e la presenza di contenuti non adatti a tutto il pubblico. Questo tipo di salvaguardia non fu applicato solo ai dischi hip-hop, la cui natura è spesso di denuncia sociale senza peli sulla lingua, ma venne usato anche tra le fila della musica rock e underground, in dischi come Appetite For Destruction dei Guns’n’Roses e BloodSugarSexMagic.

I RHCP fanno parte proprio di questo contesto che prevede sesso, droghe, divertimento e follie. Il cantante Anthony Kiedis e Flea, il bassista, si conobbero alla scuola elementare e da lì scoppio la scintilla. Sempre insieme per andare a rubare nei supermercati, per intrufolarsi nelle ville con piscina e per ingurgitare tutto quello che si trovavano in mano. Un’adolescenza difficile, di periferia, senza i genitori in una città gigantesca come Los Angeles. In questo disco si parla di questo: del divertimento, degli errori e di tutto ciò che può nascere da una situazione come questa.

Ma torniamo al 1991: questo è il periodo di picco del disco precedente, Mother’s Milk, a cui seguì il loro primo vero tour importante. Un momento apparentemente roseo per i membri della band che, inaspettatamente, dovettero affrontare la morte per overdose del loro chitarrista fondatore Hillel Slovak nel 1988. Una tragedia che scosse fortemente l’animo della band e che portò quasi al suo scioglimento. La depressione premeva in particolare Anthony Kiedis, che vide andarsene uno dei suoi più cari amici e che dopo un periodo di disintossicazione, tornò sotto i ponti di LA, a bucarsi.

Come nella storia del mondo, ci sono momenti di crisi e momenti di rinascita: passati ormai tre anni da quella grande perdita giunge il momento di scrivere nuove canzoni, nuove idee, un nuovo disco. La band si trasferisce in una villa appena fuori Los Angeles di proprietà di Rick Rubin, uno dei più bravi e talentuosi produttori discografici che, insieme al nuovo chitarrista John Frusciante, portò la sua esperienza rivelatasi fondamentale per il nuovo progetto. Con questi due nuovi tasselli la musica dei RHCP si trasformò in una perfetta formula rock ossessionata dal sesso e punteggiata da un implacabile approccio hip-hop, che sarà poi ripreso dai gruppi crossover di qualche anno dopo. Un mese di registrazioni, concentrati per davvero forse per la prima volta, tra meditazione, chitarre e manopole.
Il 24 settembre 1991 il disco viene pubblicato, ricevendo elogi da parte della maggior parte del pubblico, dalla critica e dai colleghi musicisti.

Sta qui, a mio parere, il vero successo di questo disco, un disco che per la maggior parte del tempo parla di sesso e brutte esperienze. Il punto è che arrivò alle orecchie di tutti: gli skaters con i pantaloni rotti, i ragazzini benestanti, e anche i ragazzi di colore e, a questo proposito, non posso evitare di riportare le parole di Devon Powers, scrittrice statunitense, che nel 2003 ha scritto:

[BloodSugarSexMagic] the album that convinced wary friends of color that it was OK for me, a black girl, to listen to “modern rock”, the only “rap” album any of my white friends owned.


In altre parole, uno dei pochi dischi bianchi che venne accolto anche dai ragazzi di colore; questo gli permise di fare breccia, penetrando nella famosa situazione stagna di cui parlavo all’inizio.

A primo impatto questo disco non mostra molti contenuti, sembra solo una festa divertente. Poi, usando una sorta di zoom, comincia a riguardare la razza, la perdita di sé stessi e delle persone vicine. Forse proprio ispirato dalle rivolte in corso a Los Angeles, Anthony Kiedis tocca l’argomento in The Power Of Equality, dove, impersonando un’immagine di pace, canta:

American equality has always been sour
An attitude I would like to devour
My name is peace, this is my hour
Can I get just a little bit of power

L’uguaglianza americana è sempre stata acida
Un atteggiamento, che farei a pezzi
Pace è il mio nome, questo è il mio momento
Posso prendermi un po’ di potere?

Un evento raro, visto che i testi di Kiedis non hanno mai esplorato molto le vicende sociali, ma hanno sempre toccato più da vicino la vita di strada e il sesso, come negli otto minuti di Sir Psycho Sexy che potrebbero creare vari scompensi ormonali agli ascoltatori più giovani, oppure nella title track Blood Sugar Sex Magic che assume la forma di un orgasmo paradisiaco.

Se arrivi a comprenderlo non è più solo una festa pazza, ma una discesa in profondità a toccare luoghi bui e delicati, come nella sua canzone più famosa Under The Bridge in cui vengono smascherate le paure più forti di un tossicodipendente, o il forte invito alla condivisione e all’altruismo di Give It Away.

Il suono è nuovo: sporco come nei dischi precedenti, ma con una sorta di magia che aleggia intorno, in cui emerge anche un lato oscuro e vulnerabile. Forse perché scritto nella villa fuori L.A., che si narra fu abitata da Houdini, forse per le scelte inusuali come l’inserimento di alcune chitarre acustiche mai viste nelle loro composizioni precedenti, o il freno imposto da Rubin alle linee di basso di Flea. Nasce così un suono più ricercato e delicato rispetto ai dischi precedenti, ma soprattutto più maturo: sempre funk e con il sorriso stampato in faccia, che però dà vita a un viaggio selvaggio, da cui potresti tornare un po’ diverso.

Blood sugar crazy, they had it – sex magic, sex magic

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