Questo articolo è stato pubblicato originariamente da Dani Deahl sul sito The Verge. Abbiamo deciso di tradurlo e pubblicarlo sul nostro blog pur non avendo mai ricevuto risposta alle nostre numerose richieste di permesso.

Di recente ho parlato con un musicista a contratto con una delle etichette indipendenti più importanti e mi ha raccontato che gli spettavano più di $40.000 di royalties che, però, non sarebbero mai stati in grado di ottenere. Il problema non era aver perso il pagamento delle royalties di un singolo brano ma di ben 70 brani pubblicati negli ultimi sei anni.

Il problema, mi ha detto, erano i metadati. Nel mondo della musica per metadati si intendono le informazioni come, ad esempio, i crediti discografici, che si vedono sui servizi come Spotify o Apple Music, ma anche tutte le informazioni legate alla pubblicazione di un brano o di un album: il titolo, il songwriter, il produttore, l’editore, l’etichetta discografica e molti altri. Queste informazioni devono essere sincronizzate in vari database per essere sicuri che, quando un brano viene riprodotto, siano identificate e pagate le persone giuste. Spesso, questo non accade.

I metadati sono ritenuti uno degli aspetti più insignificanti e noiosi del mondo musicale. A quanto pare, però, sono una delle cose più importanti, complesse e peggio funzionanti tanto da impedire a molti musicisti di essere pagati per il loro lavoro. “Per ogni secondo che passa e questo problema non viene risolto, perdo soldi”, ha detto il musicista che ha chiesto di rimanere anonimo a causa delle “possibili ripercussioni che potrei subire solo per aver parlato di questo genere di cose”.

Inserire le informazioni corrette di un brano sembra un lavoro semplice ma il problema dei metadati affligge l’industria musicale da decenni. Non solo non esiste uno standard di come questi dati devono essere raccolti e mostrati ma non è nemmeno necessario verificarne l’accuratezza per rilasciare un brano e non esiste un unico luogo dove sono salvati. I metadati sono suddivisi in centinaia di posti diversi sparsi in giro per il mondo.

Il risultato è un problema ben più grande di un semplice errore nel nome quando si clicca sui crediti discografici in un brano su Spotify. Metadati mancanti, sbagliati o incongruenti sono un problema che, secondo alcune stime ha lasciato miliardi di dollari sul tavolo senza che gli artisti a cui spettano quei soldi possano essere pagati. Considerando che la musica che viene creata e consumata ogni giorno è in rapido aumento, questo problema non potrà che peggiorare.

È fondamentale che i metadati siano distribuiti e inseriti in modo accurato, non solo per permettere di trovare un brano o un album ma anche perché questi dati servono per distribuire correttamente i guadagni dovuti alle riproduzioni, all’acquisto e alle licenze, a tutte le persone coinvolte nella creazione di quella musica. Documentare il lavoro di tutti è importante perché “potrebbe permettere a qualcuno di ottenere altri lavori” ha dichiarato Joshua Jackson, che gestisce Jaxsta, un’azienda australiana che autentica le informazioni musicali.

Ci sono molti modi in cui questo processo può andare storto. Il primo è perché non esiste un formato standard: spesso le informazioni vengono eliminate o non inserite correttamente nel momento in cui vengono scritte, passate di mano o spostate tra un database e l’altro.

Il database di un’etichetta è molto probabilmente diverso da quello di Spotify che, a sua volta, è diverso da quello delle società che gestiscono i diritti come ASCAP o BMI (o SIAE N.d.t.) che pagano le royalties ai musicisti. “Parte del problema riguarda i campi che ciascuno ha deciso di inserire nel proprio software per inserire i crediti discografici” afferma Jeff Becker, avvocato specializzato nello mondo dello spettacolo, dello studio Swanson, Martin & Bell. “Per cui se in un database deve essere inserito il credit per ‘Pro Tools Engineer’ ma quel campo non è previsto la scelta è tra cambiare o ignorare quell’inserimento. La maggior parte delle volte viene ignorato e quel dato viene perso”.

Ciascun database ha le sue regole. Se Ariana Grande, Nicki Minaj e Jesse J collaborassero a una nuova traccia e, questa, fosse inviata a Apple Music con tutti questi nomi nel campo “artista”, questo causerebbe quello che Apple e Spotify chiamano “compound artist error”. Inserire il nome di un artista nel formato “Cognome, Nome” porterebbe a un rifiuto. Esiste un modo per incorporare i metadati nel file di una canzone per essere sicuri che musica e dati viaggino insieme ma, generalmente, i distributori chiedono di rimuovere queste informazioni perché può causare “problemi con l’upload”.

Un altro problema è che spesso queste informazioni vengono inserire in modo errato fin dall’inizio. Alla realizzazione di un brano possono collaborare numerosi songwriter, produttori e ingegneri prima di essere rilasciato da un artista. Ogni volta che una persona dà il suo contributo, le cose rischiano di complicarsi. Più si allunga il lavoro sul brano e, di conseguenza, ai dati in esso contenuti, più è probabile che una parte di essi sia sbagliata. Un songwriter può sbagliare a digitare il nome in uno di questi database, un produttore che ha lavorato per poco tempo al brano potrebbe essere tralasciato o l’unione tra due database potrebbe creare un errore tecnico e portare all’eliminazione di informazioni.

i metadati nella musica

Persino in un singolo brano i metadati possono diventare complicati in modi che non ci si aspetta. In un post sul sito HypeBot Annie Lin, una consulente senior di Twitch, fa un esempio utilizzando il brano Firework”di Katy Perry per mostrare quanto le cose possano essere complicate. La Capitol Records detiene i diritti delle registrazioni di Firework ma ci sono cinque songwriter differenti, ciascuno con un editore diverso, che detengono una percentuale dei diritti di composizione. Tutte queste informazioni devono essere incluse nei metadati affinché ciascuno sia pagato in modo equo.

Non è insolito avere così tante persone coinvolte nella realizzazione di un brano”, dice Niclas Molinder, fondatore dell’azienda Auddly (diventata ora Session) che si occupa di metadati. Nel 2016, in media, ciascuna hit aveva quattro songwriter e sei editori differenti. Questo implica una possibilità di errore maggiore nell’invio dei metadati. Se il dato di qualcuno è mancante, scritto sbagliato o non coincide con le linee guida della piattaforma di streaming, questo può causare problemi nei pagamenti per tutte le persone coinvolte. Ovviamente tutti questi errori si sommano. Secondo una stima più del 25% delle royalties non viene pagato agli editori o è pagato alle persone sbagliate.

Puoi inserire correttamente i dati nel tuo database, ma se non inserisci correttamente al 100% anche gli altri o se loro non inseriscono i tuoi, nessuno viene pagato” afferma Molinder.

In un mondo ideale, quando un brano viene finito, i dati dovrebbero essere inseriti da un artista o dal produttore e, successivamente, inviati all’etichetta, al distributore o all’editore incaricato di verificarli e distribuirli. Nella maggior parte dei casi questo processo è fatto di fretta e in modo casuale: gli artisti e le etichette fanno pressioni per rilasciare i brani il prima possibile e, spesso, i metadati sono corretti successivamente solo quando vengono scoperti gli errori. “La maggior parte di questi crediti e negoziazioni non avviene su un singolo contratto e, spesso, avvengono in un momento successivo” dice Joe Conyers III, co-fondatore della piattaforma Songtrust che gestisce i diritti sulle piattaforme digitali.

È possibile correggere gli errori sui metadati in un secondo momento ma questo avviene se qualcuno si accorge dell’errore e lo corregge in tutti i database in cui è presente. Anche se viene corretto, non è detto che gli artisti ricevano i pagamenti che gli spettano, ciascuna azienda e società di gestione dei diritti ha regole differenti su quanto a lungo trattengono le royalty non reclamate. Il musicista a cui sono dovuti $40.000 non ha ricevuto i pagamenti a causa di un glitch tra due database che ha rimosso per errore la maggior parte dei suoi crediti discografici. Non è stato un problema del musicista ma è passato troppo tempo prima che qualcuno se ne accorgesse. Le aziende coinvolte hanno rifiutato di pagarlo.

“Diamo per scontato il fatto di cercare e vedere tutti crediti di film e show TV su IMDb fino agli assistenti di produzione ma i cambiamenti nei metadati in ambito musicale e sugli standard sono lentissimi” dice Jackson, che, recentemente, ha ospitato un panel sui metadati alla conferenza Music Biz 2019 di Nashville.

Avere un database centralizzato e definire degli standard per i metadati – l’idea di Jackson di creare una sorta di IMDb per la musica – sembra l’obiettivo più ovvio, ma realizzarlo ha lasciato perplesse alcune delle personalità più grandi e potenti del mondo musicale. Ci sono diverse ragioni per questo ma lo spostamento verso lo streaming è stata una delle cause principali. “Non solo c’è stata un’esplosione nel numero di album rilasciati ma anche nel frazionamento degli album” afferma Vickie Nauman, consulente di CrossBorderWorks. “Siamo passati da 100.000 album fisici rilasciati in un anno a 25.000 brani distribuiti digitalmente al giorno sui servizi di streaming”.

In aggiunta i brani ora vengono consumati e monetizzati in molti modi differenti che non esistevano fino a qualche decennio fa. “Se si pensa a quando le persone compravano CD, l’unica versione di un brano che importava era quella contenuta nel disco” dice Simon Dennett, capo della divisione del prodotto di Kobalt. Oggi una hit può avere centinaia di versioni differenti come remix, cover, sample pack, video di YouTube, registrazioni in altre lingue e molti altre che, in totale, possono generare “trilioni e trilioni di transazioni” ciascuna di pochi centesimi. “La quantità di dati che ora deve essere gestita è diventata un problema gigantesco” dice Dennette.

Non sono aumentati solo i contenuti dei cataloghi ma i diritti legati alla musica sono anch’essi frammentati per cui solo parti di metadati sono mantenuti tra la varietà di database in cui vengono inseriti. Etichette, editori, società di gestione di diritti e tutti gli altri mantengono il loro database, nessuno dei quali arriva ad essere completo di tutte le informazioni e di tutti i lavori che esistono nell’industria musicale. (Per vedere quanto complicati sono i dati musicali, c’è questo diagramma di flusso realizzato da The Music Maze e una spiegazione su Sonicbids che spiega come risalire a chi detiene i diritti di un brano.

Si è provato a più volte a creare un database centralizzato per i metadati musicali ma ogni volta è stato un fallimento. Tra le varie ragioni: le lotte tra diversi ambiti dell’industria musicale, problemi di governance internazionali, riluttanza nel condividere informazioni e mancanza di finanziamenti. Ci sono anche problemi più pratici come lingue, leggi sul copyright, culture e tradizioni differenti che spesso sono in contrasto con le altre.

Non c’è nessun accordo su quale braccio dell’industria musicale dovrebbe essere responsabile della risoluzione di questo problema. Alcuni pensano che sia compito dei distributori digitali come TuneCore o Distrokid educare gli artisti perché, spesso, sono l’unica realtà che gli artisti toccano prima di pubblicare i propri brani sulle piattaforme di streaming. Altri pensano siano le piattaforme streaming che dovrebbero dare l’esempio e mostrare meglio i metadati e i crediti discografici, cosa che dovrebbe incoraggiare tutti ad aggiungerli e inserirli correttamente. Alcuni, come Jackson, dicono che bisognerebbe insegnare ai songwriter e ai produttori a mantenere i metadati quando collaborano a un brano. “Credo che sul lungo periodo avere i dati corretti fin dall’inizio del processo possa rendere il lavoro di tutti più semplice” afferma Jackson.

Purtroppo molti artisti non sanno che dovrebbero avere cura dei metadati e dei possibili problemi sui loro guadagni che potrebbero incontrare se questi dati sono errati perché la gestione delle royalty è complicata. Un artista nominato ai Grammy Awards con cui ho parlato ha detto “Onestamente, non saprei nemmeno dove cominciare a guardare”. Ci sono diverse startup che stanno cercando di creare una maggiore consapevolezza negli artisti ma la battaglia è ancora lunga. Splits, un’applicazione mobile gratuita, permette agli artisti di creare contratti per la gestione dei collaboratori e delle percentuali di proprietà. C’è anche Creator Credits,una tecnologia che funziona all’interno del software Pro Tools che inserisce i crediti all’interno dei file di progetto.
Una cosa su cui tutti concordano è che, benché le cose stiano migliorando, c’è ancora molta strada da fare. “Ricordo di aver caricato dei brani su TuneCore e non aver inserito alcun metadato. Forse solo il titolo” dice Doug Mitchell, direttore del reparto clienti a Exactuals, “ora chiedono più informazioni come, ad esempio, il genere. Da quanto gli store hanno cominciato a mostrare più dati, TuneCore ha cominciato a chiederne di più”.

Anche se l’idea della creazione di un database centralizzato e standardizzato è scoraggiante, molti pensano che non sia da eliminare completamente. Oltre a ripulire gli errori negli inserimenti, aiuterebbe altri musicisti a non perdere soldi e collegarli direttamente ai loro compensi. “Il processo di mettere insieme dati dispersi sia a livello geografico, di proprietà, errati e metterli insieme in un unico database globale e coerente è davvero stimolante una missione nobile” dice Dennett. Conyers III lo dice in modo ancora più semplice “è un bellissimo sogno”.

Pubblicato da Federico Pepe

Ableton Certified Trainer, vice presidente di ALOUD, responsabile del Dipartimento di Tecnologia e del BTEC Extended Diploma in Music Technology.

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